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A Dio importa della partita e non della squadra!




Gli sport possono essere molto simili alla religione (alcuni direbbero che sono una religione). Suscitano forti sentimenti. Richiedono devozione. Offrono spazi comunitari in cui trovare sostegno.

Come le squadre sportive, le fedi del mondo hanno i loro nomi e iconografie. È possibile infatti distinguere a colpo d’occhio un sacerdote cattolico da un rabbino, un imam musulmano da un evangelico, da un ortodosso. Le persone religiose mostrano devozione in diversi modi: frequentiamo luoghi di culto; sosteniamo economicamente le nostre congregazioni; osserviamo le festività religiose; serviamo i nostri vicini; andiamo in missione.

E, come accade nello sport, le persone di fede a volte permettono alle differenze di accecarle sul terreno comune che condividono con gli altri. Questo comportamento fa terra bruciata del bene che si può fare solo quando ci uniamo per aiutarci a vicenda e benedire il mondo.

L’umanità nel suo insieme, quando si dedica a fare il bene, è come una mano dentro a una manopola in una mattina di gelo: le dita, tutte insieme, si tengono al caldo. Una comunità impegnata in cause degne vivifica l’anima.


Il rabbino Lord Jonathan Sacks (1948–2020), ex rabbino capo del Regno Unito, una volta raccontò di aver assistito a una partita di calcio all’Highbury Stadium (lo stadio dove gioca l’Arsenal) con l’arcivescovo di Canterbury. L’Arsenal sfidava il Manchester United. Il commentatore segnalò pubblicamente la presenza dei leader religiosi. Disse il rabbino Sacks: “Si sentiva vociare sugli spalti che, su qualunque squadra religiosa si puntasse, in un modo o nell’altro, quella sera, l’Arsenal poteva contare su amici molto in alto”. Non poteva perdere.

Quella sera”, aggiunse, “l’Arsenal subì la peggior sconfitta in casa in sessantatré anni”.

Il giorno dopo, un quotidiano britannico pubblicò un articolo che diceva, senza dubbio in modo scherzoso, che se la presenza di questi due importanti capi religiosi non era riuscita a far ottenere all’Arsenal la vittoria, allora “questo fatto non dimostra forse una volta per tutte che Dio non esiste?”. Il rabbino Sacks commentò: “In realtà dimostra che Dio esiste. Solo che tifa Manchester United”.

Il rabbino Sacks dichiarò che questo divertente aneddoto contiene dei semi di profonda riflessione sull’importanza dell’armonia interconfessionale e globale. “E se Dio non stesse solo dalla mia parte, ma anche dall’altra?”, chiese. “E se a Dio importasse della partita, e non solo della squadra? […] La nostra umanità comune ha la precedenza rispetto alle nostre differenze religiose”.


Il gioco della vita è la vecchia battaglia eterna. […] Le forze del male contro le forze del bene”. Come seguaci di Gesù Cristo, siamo dalla parte del Salvatore, che “è andato attorno facendo del bene” (Atti 10:38) e condivide il Suo sole e la Sua pioggia con tutti quanti (vedere Matteo 5:45).

Anche se a volte dobbiamo distinguerci e attenerci alla nostra specifica dottrina, il bene è qualcosa che può essere fatto senza compromettere ciò in cui crediamo. Lasceremo un segno più grande quando ci uniremo ad altri che hanno buona volontà e obiettivi comuni. Ciò è forse particolarmente evidente quando si verificano calamità naturali e altre crisi, che sono in grado di unirci in modi davvero unici.

Stare insieme agli altri e imparare dagli altri è una conseguenza naturale dell’essere nutriti dagli insegnamenti di Gesù Cristo e della loro condivisione. Gesù ci insegna ad amare il nostro prossimo e a stare uniti. Non si sentiva minacciato dal bene che facevano gli altri gruppi.

Non siamo in competizione con gli altri. La loro fede e bontà possono rafforzare la nostra e insieme possiamo fare più bene di quanto possiamo fare separati.


Chi fa parte della nostra squadra?
“Tutti i figli di Dio indossano la stessa casacca. La nostra squadra è la fratellanza umana. Questa vita mortale è il nostro campo di gioco. Il nostro obiettivo è imparare ad amare Dio ed estendere lo stesso amore al nostro prossimo”.

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